Stati Uniti, anni '70. La famiglia Perron - padre, madre, cinque figlie ed un cane - s'è appena trasferita dal New Jersey ad una dimora isolata. L'animale domestico avverte subito che qualcosa non va ed è il primo a trovare una morte violenta. E' solo l'inizio: sinistre apparizioni e rumori inquietanti prendono a tormentare i nuovi abitanti, sino al palesarsi di manifestazioni paranormali. Terrorizzata, la signora Warren riesce a mettersi in contatto coi coniugi Ed e Lorraine Warren: lui demonologo, lei sensitiva, lavorano in coppia perfino con l'approvazione del Vaticano. Con l'aiuto di adeguati strumenti, i due registrano un elevato numero di potentissime presenze, tale da mettere a repentaglio la vita di chi si trova nell'abitazione infestata...
Il malese James Wan, noto per avere diretto l'episodio numero uno della fortunatissima saga di "Saw" (2004), sceglie per il proprio esordio hollywoodiano un argomento fra i più classici dell'orrore: quello della casa maledetta. I topoi del genere ci sono davvero tutti: lancette degli orologi impazzite, vecchia impiccata ad un albero, porte che sbattono, rumori angoscianti, crocifissi che cadono. Ci si attende l'ennesima, stanca variazione sul tema, invece il regista - almeno per due terzi della pellicola - ci sorprende. Il concertato degli spaventi punta soprattutto sull'atmosfera, come avveniva in classici quali "Gli invasati" (1963) e "Dopo la vita" (1973) di John Hough: inoltre, l'intuizione di "The Paranormal Activity" (2007) - la notomizzazione dell'immagine per individuare in quale frammento di essa si celi la paura - viene ben adoperata, creando un denso clima di attesa.
Purtroppo, nell'ultimo terzo ogni remora è abbandonata e la pellicola si trasforma in una specie di digest del cinema horror dell'ultimo mezzo secolo: citazioni da "L'esorcista" (1979), "Amityville Horror" (1979), "Poltergeist" (1982) si susseguono in una prevedibile ridda suscitando sobbalzoni e qualche ilarità (il film si dice ispirato da fatti veri; quanto meno, i Warren sono esistiti nella realtà). Più che il succedersi meccanico dei brividi, inquieta una visione del male oscurantista e poterva, che nella interminabile sequenza dell'esorcismo diviene poco sopportabile. E' un peccato che Wan abbia deciso di cedere non si sa se ai propri peggiori istinti o a inderogabili esigenze del noleggio: poteva venirne fuori un piccolo gioiello. Anche perché gli attori - a principiar da un'eccellente Vera Farmiga, già vista accanto a Clooney in "Tra le nuvole" (2009) - sono credibili malgrado il contesto; e c'è una certa finezza in talune atmosfere alla "Twin Peaks" - pure qui l'investigatore gira con un registratorino - che andavano meglio sviluppate e valorizzate.
Francesco Troiano
L'EVOCAZIONE - THE CONJURING. REGIA: JAMES WAN. INTERPRETI: VERA FARMIGA, PATRICK WILSON, RON LIVINGSTON, LILI TAYLOR. DISTRIBUZIONE: WARNER. DURATA: 112 MINUTI.
martedì 20 agosto 2013
lunedì 19 agosto 2013
La varabile umana
Milano. Da quando, tre anni prima, ha perduto sua moglie, l'ispettore Monaco si è dato una regola: nessun contatto con le persone, e con la sensazione della violenza. Quanto al proprio lavoro, esso si svolge solamente attraverso i reperti dei delitti, siano essi documenti o fotografie di delitti. Una notte come tante altre, la figlia adolescente Linda viene fermata perché trovata in possesso di una pistola; contemporaneamente, si ha notizia dell'omicidio dell'importante uomo d'affari Ullrich. Costretto dal suo superiore a partecipare attivamente alle indagini su questa morte violenta, Monaco si rende conto di non esser più l'investigatore di una volta e, cosa che ancor più lo tormenta, d'aver abdicato a taluni dei propri doveri di padre. Assistito dal suo amico ed allievo Levi, egli scopre - nel tentativo di far cadere qualsiasi sospetto sulla figliola - un microcosmo di promiscuità e di squallore nel quale hanno parte delle giovanissime ragazze, finanche minorenni...
Al suo primo lungometraggio di finzione, dopo alcuni documentari su Milano, Bruno Oliviero con "La variabile umana" gioca la carta del film drammatico con coloriture di "giallo", che qui da noi mai ha avuto troppa fortuna. La si può individuare già in piccoli gioielli quali "Senza sapere niente di lei" (1969) di Luigi Comencini o "In nome del popolo italiano" (1971) di Dino Risi; più tardi, la formula è stata ripresa in diversi titoli, da "Notte italiana" (1987) di Carlo Mazzacurati sino a "La ragazza del lago" (2007) di Carlo Molaioli, due pellicole d'esordio alquanto riuscite. Rispetto a queste ultime, "La variabile umana" pizzica maggiormente le corde del privato (tanto che certuni riferimenti all'attualità, nelle motivazioni finali, appaiono la cosa più debole); l'intreccio guarda, piuttosto, a Durrenmatt, nel suo far affiorare la tragedia tra le pieghe della quotidianità.
Girata interamente su set veri, l'opera di debutto di Oliviero patisce un poco la mancanza di ritmo, e lo scioglimento vi appare telefonato; in compenso, diversi caratteri di contorno sono ben delineati - è ottimo Claudio Amendola nei panni d'un ambiguo uomo di legge, laddove Pippo Delbono appare di contro disorientato nei panni di Ullrich - e l'ambiente della Questura è reso in maniera plausibile. Affiancato da Giuseppe Battiston che - nella parte di Levi - fa ulteriore mostra della propria duttilità d'interprete, Silvio Orlando tiene il centro della scena con la consueta bravura: agli iniziali sottotoni di mestizia interiorizzata, fa subentrare credibilmente il dolore d'una consapevolezza straziata, quasi incredula. Una nota di merito, infine, per l'esordiente Alice Raffaelli (Linda), proveniente dal corso Teatrodanza della scuola di Paolo Grassi.
Francesco Troiano
LA VARIABILE UMANA. REGIA: BRUNO OLIVIERO. INTERPRETI: SILVIO ORLANDO, GIUSEPPE BATTISTON, SANDRA CECCARELLI, ALICE RAFFAELLI. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 83 MINUTI.
Al suo primo lungometraggio di finzione, dopo alcuni documentari su Milano, Bruno Oliviero con "La variabile umana" gioca la carta del film drammatico con coloriture di "giallo", che qui da noi mai ha avuto troppa fortuna. La si può individuare già in piccoli gioielli quali "Senza sapere niente di lei" (1969) di Luigi Comencini o "In nome del popolo italiano" (1971) di Dino Risi; più tardi, la formula è stata ripresa in diversi titoli, da "Notte italiana" (1987) di Carlo Mazzacurati sino a "La ragazza del lago" (2007) di Carlo Molaioli, due pellicole d'esordio alquanto riuscite. Rispetto a queste ultime, "La variabile umana" pizzica maggiormente le corde del privato (tanto che certuni riferimenti all'attualità, nelle motivazioni finali, appaiono la cosa più debole); l'intreccio guarda, piuttosto, a Durrenmatt, nel suo far affiorare la tragedia tra le pieghe della quotidianità.
Girata interamente su set veri, l'opera di debutto di Oliviero patisce un poco la mancanza di ritmo, e lo scioglimento vi appare telefonato; in compenso, diversi caratteri di contorno sono ben delineati - è ottimo Claudio Amendola nei panni d'un ambiguo uomo di legge, laddove Pippo Delbono appare di contro disorientato nei panni di Ullrich - e l'ambiente della Questura è reso in maniera plausibile. Affiancato da Giuseppe Battiston che - nella parte di Levi - fa ulteriore mostra della propria duttilità d'interprete, Silvio Orlando tiene il centro della scena con la consueta bravura: agli iniziali sottotoni di mestizia interiorizzata, fa subentrare credibilmente il dolore d'una consapevolezza straziata, quasi incredula. Una nota di merito, infine, per l'esordiente Alice Raffaelli (Linda), proveniente dal corso Teatrodanza della scuola di Paolo Grassi.
Francesco Troiano
LA VARIABILE UMANA. REGIA: BRUNO OLIVIERO. INTERPRETI: SILVIO ORLANDO, GIUSEPPE BATTISTON, SANDRA CECCARELLI, ALICE RAFFAELLI. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 83 MINUTI.
lunedì 29 luglio 2013
La notte del giudizio
2022. Benvenuti nell'America dei Nuovi Padri Fondatori, in cui la disoccupazione è al minimo storico dell'un per cento ed il tasso di povertà al cinque. La criminalità, purtroppo, è in continuo aumento e le carceri sono sovraffollate, ma niente paura: il governo ha individuato un periodo di 12 ore nel corso dell'anno durante il quale ogni attività criminale, incluso l'omicidio, diviene legale. La polizia non può essere chiamata, gli ospedali rimangono chiusi. In una società del genere, i venditori di sistemi antifurto sono destinati a prosperare: ne è consapevole James Sandin, che ha potuto aggiungere un'ala nuova alla propria dimora - dove vive con la moglie ed i due figlioli - e gode d'un elevato livello di benessere. Ma è proprio la sua famiglia a trovarsi in pericolo allorquando la presenza di un intruso, introdottosi nella loro abitazione per sfuggire alla morte, innesca la rabbia di una banda di giovani benestanti in caccia di quell'uomo povero e di colore; quindi, ritenuto ideale per essere eliminato...
La tradizione dell'horror estivo, qui da noi forte per molte stagioni e poi affievolitasi, sta tornando in auge: pur se il genere, tra pleonastici remake e stanchi sequel, non dà più le soddisfazioni d'un tempo agli aficionados. "La notte del giudizio" - girato con 3 milioni di dollari e giunto a 75 al botteghino statunitense: un piccolo fenomeno - ha la felice intuizione di andare controcorrente: il regista James DeMonaco ed Ethan Hawke, che già avevano fatto un ottimo lavoro in "Little New York", danno qui vita ad un film indipendente con manifesti messaggi antigovernativi, come faceva all'epoca sua John Carpenter.
Per restare a ques'ultimo, "La notte del giudizio" sembra muoversi sulla scia del suo antico "Distretto 13 le brigate della morte" (1976): lo stato di assedio dei protagonisti, la natura quasi fantasmatica del gruppo di assalitori, la violenza iperbolica messa in atto accomunano le due pellicole. C'era però, nel primo, un ossequio a valori antichi - la difesa della donna, il rispetto per l'onore anche nei fuorilegge - dal sapore hawksiano: l'umanità dipinta nel più recente pare, invece, in buona misura degenerata. Perfino l'onesto capofamiglia non dissente dal massacro legalizzato - pur non prendendovi parte attiva - e, in un primo momento, bracca il rifugiato per consegnarlo ai persecutori, che minacciano se non lo farà di entrargli in casa. Poi ci ripensa, ma solo una provvisoria alleanza fra emarginati (l'uomo nero e la più civile fra le donne) impedirà che le cose sfocino in un massacro indiscriminato, quando ogni residuo di solidarietà sembra dissolversi. Indiavolato nel ritmo, perfetto nella prova degli attori, efficace nei bersagli da colpire, "La notte del giudizio" è una piacevole sorpresa di fine stagione.
Francesco Troiano
LA NOTTE DEL GIUDIZIO. REGIA: JAMES DEMONACO. INTERPRETI: ETHAN HAWKE, LENA HEADEY. DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL. DURATA: 85 MINUTI.
La tradizione dell'horror estivo, qui da noi forte per molte stagioni e poi affievolitasi, sta tornando in auge: pur se il genere, tra pleonastici remake e stanchi sequel, non dà più le soddisfazioni d'un tempo agli aficionados. "La notte del giudizio" - girato con 3 milioni di dollari e giunto a 75 al botteghino statunitense: un piccolo fenomeno - ha la felice intuizione di andare controcorrente: il regista James DeMonaco ed Ethan Hawke, che già avevano fatto un ottimo lavoro in "Little New York", danno qui vita ad un film indipendente con manifesti messaggi antigovernativi, come faceva all'epoca sua John Carpenter.
Per restare a ques'ultimo, "La notte del giudizio" sembra muoversi sulla scia del suo antico "Distretto 13 le brigate della morte" (1976): lo stato di assedio dei protagonisti, la natura quasi fantasmatica del gruppo di assalitori, la violenza iperbolica messa in atto accomunano le due pellicole. C'era però, nel primo, un ossequio a valori antichi - la difesa della donna, il rispetto per l'onore anche nei fuorilegge - dal sapore hawksiano: l'umanità dipinta nel più recente pare, invece, in buona misura degenerata. Perfino l'onesto capofamiglia non dissente dal massacro legalizzato - pur non prendendovi parte attiva - e, in un primo momento, bracca il rifugiato per consegnarlo ai persecutori, che minacciano se non lo farà di entrargli in casa. Poi ci ripensa, ma solo una provvisoria alleanza fra emarginati (l'uomo nero e la più civile fra le donne) impedirà che le cose sfocino in un massacro indiscriminato, quando ogni residuo di solidarietà sembra dissolversi. Indiavolato nel ritmo, perfetto nella prova degli attori, efficace nei bersagli da colpire, "La notte del giudizio" è una piacevole sorpresa di fine stagione.
Francesco Troiano
LA NOTTE DEL GIUDIZIO. REGIA: JAMES DEMONACO. INTERPRETI: ETHAN HAWKE, LENA HEADEY. DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL. DURATA: 85 MINUTI.
mercoledì 3 luglio 2013
Violeta Went To Heaven
"Odia la matematica, e ama i vortici. La creazione è un uccello senza piano di volo, che non andrà mai in linea retta". Se si potesse riassumere in una frase il senso della vertiginosa parabola artistica e umana di Violeta Parra, questa - da lei pronunciata nel corso di un'intervista - servirebbe all'uopo. Dall'infanzia poverissima agli anni del repertorio più tradizionale (eseguito assieme alla sorella nelle feste di paese), dalla ricerca sulle radici della musica cilena all'ambizione di conservarne la memoria pel tramite della tradizione orale, si snoda il cammino di una cantante destinata a produrre più di 3000 brani ed altre opere ancora, guadagnandosi l'apprezzamento nazionale ed aprendo le porte - assieme a Victor Jara - alla "nuova canzone cilena".
Di quest'artista poliedrica (pure poetessa, scultrice, pittrice; nel '64, inoltre, la prima donna latino americana a vedere esposti i propri lavori al Louvre), "Violeta Went To Heaven" fornisce un ritratto composito e struggente, appassionato e doloroso. Rifiutando la logica del "biopic" classico, il regista Andrés Wood si serve della tecnica dello "stream of consciousness", delle libere associazioni visive e tematiche: la narrazione non è cronologica, mette insieme epoche e momenti diversi senza la camicia di Nesso del flashback, mirando in primo luogo alla verità poetica.
Nel corso di quasi due ore, di Violeta c'è tutto: l'amore per i figli e quello per l'uomo della sua vita, il musicista svizzero Gilbert Favre, assai più giovane di lei; l'essere sempre dalla parte del popolo, con il suo forte impegno politico ("sono tanto comunista che, se mi sparano addosso, il sangue mi esce fuori rosso"); la rabbia, infine, contro le persone e contro ogni cosa, nei momenti in cui l'assale quella depressione che la condurrà - nel '67, appena cinquantenne - a togliersi la vita. La personalità unica della Parra trova in Francisca Gavilan - che interpreta splendidamente tutte le canzoni del film con la propria voce - un tramite indimenticabile.
Francesco Troiano
VIOLETA WENT TO HEAVEN. REGIA: ANDRES WOOD. INTERPRETI: FRANCISCA GAVILAN, CRISTIAN QUEVEDO, THOMAS DURAND. DISTRIBUZIONE: MONKEY CREATIVE STUDIOS. DURATA: 110 MINUTI.
Di quest'artista poliedrica (pure poetessa, scultrice, pittrice; nel '64, inoltre, la prima donna latino americana a vedere esposti i propri lavori al Louvre), "Violeta Went To Heaven" fornisce un ritratto composito e struggente, appassionato e doloroso. Rifiutando la logica del "biopic" classico, il regista Andrés Wood si serve della tecnica dello "stream of consciousness", delle libere associazioni visive e tematiche: la narrazione non è cronologica, mette insieme epoche e momenti diversi senza la camicia di Nesso del flashback, mirando in primo luogo alla verità poetica.
Nel corso di quasi due ore, di Violeta c'è tutto: l'amore per i figli e quello per l'uomo della sua vita, il musicista svizzero Gilbert Favre, assai più giovane di lei; l'essere sempre dalla parte del popolo, con il suo forte impegno politico ("sono tanto comunista che, se mi sparano addosso, il sangue mi esce fuori rosso"); la rabbia, infine, contro le persone e contro ogni cosa, nei momenti in cui l'assale quella depressione che la condurrà - nel '67, appena cinquantenne - a togliersi la vita. La personalità unica della Parra trova in Francisca Gavilan - che interpreta splendidamente tutte le canzoni del film con la propria voce - un tramite indimenticabile.
Francesco Troiano
VIOLETA WENT TO HEAVEN. REGIA: ANDRES WOOD. INTERPRETI: FRANCISCA GAVILAN, CRISTIAN QUEVEDO, THOMAS DURAND. DISTRIBUZIONE: MONKEY CREATIVE STUDIOS. DURATA: 110 MINUTI.
mercoledì 26 giugno 2013
World War Z
Il funzionario delle Nazioni Unite Gerry Lane, ritiratosi a vita privata, è ora solo un tranquillo padre di famiglia che adora preparare la colazione per sua moglie Karin e le loro due amatissime bambine. Mentre guida la macchina per condurle a scuola, un'agitazione frenetica si diffonde nelle strade, tosto trasformandosi in manifestazioni di panico. Un misterioso virus, simile alla rabbia, assale gli esseri umani e li trasforma in zombie: Philadelphia ne viene contagiata, mentre le altre grandi città degli Usa man mano stanno cadendo nelle mani dell'aggressiva specie. Le autorità domandano a Gerry di ritornare in campo: egli, pur riluttante, accetta, perché gli garantiscono sicurezza per i suoi cari. La prima tappa del viaggio è la Corea del Sud, ove sembra che tutto abbia avuto inizio; dipoi ci si sposta a Gerusalemme, dove i contaminati danno la scalata ad un altissimo muro formando una piramide di corpi; infine - accompagnato da una soldatessa israeliana, Sagen - il nostro approda a un laboratorio di virologia in Scozia, in cui sperimenta su se stesso un possibile antidoto al morbo...
Ci son voluti anni per portare su grande schermo il romanzo di Max Brooks - figlio del comico Mel e dell'attrice Anne Bancroft - "World War Z. La guerra mondiale degli zombi" (2006, Edizioni Cooper), dato che il film interessava sia alla casa di produzione di Leonardo DiCaprio sia a quella di Brad Pitt. Alla fine, è quest'ultima che ha avuto la meglio, dando il via ad una lavorazione assai travagliata, pure dal punto di vista creativo: il regista Marc Forster ("Quantum of Solace") ha respinto la prima stesura di J.Michael Straczynski, passata a Matthew Carnahan ("State of Play"), col conseguente ritardo sulla lavorazione. A ciò s'aggiunga che, al termine delle riprese, il finale è stato giudicato insoddisfacente: a riscriverlo sono stati chiamati Damon Lindelof e Drew Goddard ("Lost"), si sono dovuti girare ben 40 minuti di nuovo ed i costi sono lievitati, così, da 125 a quasi 200 milioni di dollari.
Ciò detto, i ripensamenti, i tagli - e le inevitabili suture - durante la visione non si avvertono affatto. Per certo, "World War Z" non mostra segni di originalità, il copione segue la falsariga di quasi tutti i blockbuster degli ultimi anni: l'eroe, buono e nella fattispecie pure bello, affronta prove difficili per difendere la propria comunità familiare e tornare a casa (da Odisseo in poi, davvero, si è inventato poco). C'è da aggiungere, a nostro avviso, che nell'azzeramento dei generi e nel livellamento a misura di action, stavolta è stato azzardosamente coinvolto l'horror: per lo più quello di zombie, uno tra i più irriducibili. Basti guardare alla saga dei morti viventi di Romero - segnatamente a "Zombi" (1978), il capitolo cui il film di Forster si è maggiormente ispirato - od a "28 giorni dopo" (2002) di Danny Boyle per rendersi conto, ad esempio, che il gore è stato nella fattispecie mitigato sino a quasi sparire non essendo più il target quello degli adulti, bensì dei teen-ager. Nei limiti che abbiamo detto il film funziona, ma - a differenza dei titoli che abbiamo ricordato, ancor oggi citati e venerati - è destinato all'obsolescenza repentina di tutti i prodotti di questo tipo.
Francesco Troiano
WORLD WAR Z. REGIA: MARC FORSTER. INTERPRETI: BRAD PITT, IAN BRYCE, DEDE GARDNER, JEREMY KLEINER. DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL. DURATA: 116 MINUTI.
Ci son voluti anni per portare su grande schermo il romanzo di Max Brooks - figlio del comico Mel e dell'attrice Anne Bancroft - "World War Z. La guerra mondiale degli zombi" (2006, Edizioni Cooper), dato che il film interessava sia alla casa di produzione di Leonardo DiCaprio sia a quella di Brad Pitt. Alla fine, è quest'ultima che ha avuto la meglio, dando il via ad una lavorazione assai travagliata, pure dal punto di vista creativo: il regista Marc Forster ("Quantum of Solace") ha respinto la prima stesura di J.Michael Straczynski, passata a Matthew Carnahan ("State of Play"), col conseguente ritardo sulla lavorazione. A ciò s'aggiunga che, al termine delle riprese, il finale è stato giudicato insoddisfacente: a riscriverlo sono stati chiamati Damon Lindelof e Drew Goddard ("Lost"), si sono dovuti girare ben 40 minuti di nuovo ed i costi sono lievitati, così, da 125 a quasi 200 milioni di dollari.
Ciò detto, i ripensamenti, i tagli - e le inevitabili suture - durante la visione non si avvertono affatto. Per certo, "World War Z" non mostra segni di originalità, il copione segue la falsariga di quasi tutti i blockbuster degli ultimi anni: l'eroe, buono e nella fattispecie pure bello, affronta prove difficili per difendere la propria comunità familiare e tornare a casa (da Odisseo in poi, davvero, si è inventato poco). C'è da aggiungere, a nostro avviso, che nell'azzeramento dei generi e nel livellamento a misura di action, stavolta è stato azzardosamente coinvolto l'horror: per lo più quello di zombie, uno tra i più irriducibili. Basti guardare alla saga dei morti viventi di Romero - segnatamente a "Zombi" (1978), il capitolo cui il film di Forster si è maggiormente ispirato - od a "28 giorni dopo" (2002) di Danny Boyle per rendersi conto, ad esempio, che il gore è stato nella fattispecie mitigato sino a quasi sparire non essendo più il target quello degli adulti, bensì dei teen-ager. Nei limiti che abbiamo detto il film funziona, ma - a differenza dei titoli che abbiamo ricordato, ancor oggi citati e venerati - è destinato all'obsolescenza repentina di tutti i prodotti di questo tipo.
Francesco Troiano
WORLD WAR Z. REGIA: MARC FORSTER. INTERPRETI: BRAD PITT, IAN BRYCE, DEDE GARDNER, JEREMY KLEINER. DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL. DURATA: 116 MINUTI.
giovedì 20 giugno 2013
Cha Cha Cha
Corso, ex-agente di polizia passato all'investigazione privata, riceve l'incarico di tenere d'occhio il figlio sedicenne di Michelle, attrice di limitato talento con la quale ha avuto tempo addietro una relazione e che è, ora, legata al potente avvocato Argento. Purtroppo il sorvegliato, all'uscita di una discoteca, perde la vita in un curioso incidente stradale: un fuoristrada partito da fermo travolge la vettura da lui guidata, per poi dileguarsi rapidamente. Tampinato dall'ispettore Torre, in precedenza suo capo e ambiguo nei comportamenti, il detective s'imbatte in una speculazione edilizia che ha a che fare con l'accoppamento di un ingegnere: viene minacciato e picchiato ma non desiste, magari perché per Michelle prova ancora qualcosa...
Pare cavato da un vecchio film di Risi padre, il titolo "Cha Cha Cha": richiama la commedia nostrana, il periodo del boom, il suono dei juke-box, il sapore del gelato a stecco. Si tratta d'un collegamento fallace, però: qui siamo nella contemporaneità ed in pieno noir chandleriano, con tanto di dark lady, scene in notturna, segreti inconfessabili, malavita in doppio petto. Tutto l'armamentario del "genere" detestato da Adorno a causa della sua confusione sfila in parata per la gioia del cinefilo: ma, a render più appetibile il piatto, c'è l'ambientazione in una Roma contemporanea gonfia ed angosciante, carica di cattivo gusto e di sinistri figuri, veduti sotto una lente che pare deformante ed è, purtroppo, solo realistica. Parafrasando il titolo dell'ultimo film di Sorrentino, si potrebbe dire: la grande bruttezza.
Tentativi di girare pellicole di questo tipo, in Italia, ce ne sono già stati: ci ha provato, non una volta, Gabriele Lavia (ad esempio, nell'86, in "Sensi"), con risultati da dimenticare; meglio ha fatto Carlo Vanzina trent'anni fa con "Mystere" (1983), azzeccando nel mixer le giuste dosi di brividi ed ironia. Qui non tutto scorre come dovrebbe, la sceneggiatura ha qualche buco, gli attori non sono sempre a posto (la Herzigova non riesce a dare sufficiente spessore al suo personaggio, anche lo sbirro di Amendola risulta poco o niente approfondito). Ma, tra una citazione cinefila e l'altra (il pestaggio del protagonista nudo viene da "La promessa dell'assassino", la vettura bloccata con un espediente da "Beverly Hills Cop", certe atmosfere dritte da "Chinatown"), Marco Risi licenzia un'operina che si lascia guardare con piacere: Argentero è stropicciato e fascinoso il giusto per sembrare un "private eye"della tradizione, il ritmo non manca e lo scioglimento - pur se in qualche modo ipotizzabile - dà al tutto un tocco d'impegno civile che davvero non guasta.
Francesco Troiano
CHA CHA CHA. REGIA: MARCO RISI. INTERPRETI: LUCA ARGENTERO, EVA HERZIGOVA, CLAUDIO AMENDOLA, PIPPO DELBONO. DISTRIBUZIONE: 01.
DURATA: 90 MINUTI.
Pare cavato da un vecchio film di Risi padre, il titolo "Cha Cha Cha": richiama la commedia nostrana, il periodo del boom, il suono dei juke-box, il sapore del gelato a stecco. Si tratta d'un collegamento fallace, però: qui siamo nella contemporaneità ed in pieno noir chandleriano, con tanto di dark lady, scene in notturna, segreti inconfessabili, malavita in doppio petto. Tutto l'armamentario del "genere" detestato da Adorno a causa della sua confusione sfila in parata per la gioia del cinefilo: ma, a render più appetibile il piatto, c'è l'ambientazione in una Roma contemporanea gonfia ed angosciante, carica di cattivo gusto e di sinistri figuri, veduti sotto una lente che pare deformante ed è, purtroppo, solo realistica. Parafrasando il titolo dell'ultimo film di Sorrentino, si potrebbe dire: la grande bruttezza.
Tentativi di girare pellicole di questo tipo, in Italia, ce ne sono già stati: ci ha provato, non una volta, Gabriele Lavia (ad esempio, nell'86, in "Sensi"), con risultati da dimenticare; meglio ha fatto Carlo Vanzina trent'anni fa con "Mystere" (1983), azzeccando nel mixer le giuste dosi di brividi ed ironia. Qui non tutto scorre come dovrebbe, la sceneggiatura ha qualche buco, gli attori non sono sempre a posto (la Herzigova non riesce a dare sufficiente spessore al suo personaggio, anche lo sbirro di Amendola risulta poco o niente approfondito). Ma, tra una citazione cinefila e l'altra (il pestaggio del protagonista nudo viene da "La promessa dell'assassino", la vettura bloccata con un espediente da "Beverly Hills Cop", certe atmosfere dritte da "Chinatown"), Marco Risi licenzia un'operina che si lascia guardare con piacere: Argentero è stropicciato e fascinoso il giusto per sembrare un "private eye"della tradizione, il ritmo non manca e lo scioglimento - pur se in qualche modo ipotizzabile - dà al tutto un tocco d'impegno civile che davvero non guasta.
Francesco Troiano
CHA CHA CHA. REGIA: MARCO RISI. INTERPRETI: LUCA ARGENTERO, EVA HERZIGOVA, CLAUDIO AMENDOLA, PIPPO DELBONO. DISTRIBUZIONE: 01.
DURATA: 90 MINUTI.
lunedì 10 giugno 2013
Stoker
La vita tranquilla e solitaria di India Stoker (Mia
Wasikowska: superlativa) viene sconvolta quando, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, perde il padre Richard (Dermot Mulroney), a seguito di un incidente. India è una ragazza dalla spiccata sensibilità che, dietro al comportamento impassibile, maschera i sentimenti e
le sensazioni intime, conosciute e comprese soltanto dal genitore scomparso. Al funerale di Richard, ella incontra lo zio paterno Charlie (Matthew Goode), che dopo una lunga assenza torna
proprio con l’intenzione di restare accanto a lei e a sua madre Evie, donna
fragile e instabile (Nicole Kidman). India inizialmente non si fida del parente;
tuttavia ne subisce il fascino misterioso, soprattutto quando si rende conto d'avere parecchio in comune con lui. E mentre
Charlie inizia gradualmente a rivelarsi, lei ne è vieppiù infatuata, e capisce
che il suo arrivo nella casa non è affatto casuale. Lo zio è lì per lei,
ed intende guidarla a
comprendere lo strano destino che l'attende...
"Quale mio primo film in inglese, non volevo che esso si reggesse sui dialoghi. Piuttosto, desideravo esplorare un soggetto universale, come le dinamiche famigliari". E' così che Park Chan-wook ha scelto di giustificare ai propri fan la sordina messa a sesso e violenza in "Stoker": il cineasta coreano, noto soprattutto per lo splendido "Old Boy" (2003), li aveva abituati a ben altro. Tuttavia inquieta, non poco disturba questa favola crudele che si muove tra Lewis Carroll ed Alfred Hitchcock, dentro ad un contesto che oscilla tra grazia e ferocia per poi chetarsi - si fa per dire - in un impossibile ossimoro. "E' un copione in cui c'è molto spazio per il regista, se ne potevano trarre film molto diversi tra loro", ha spiegato il nostro. E' vero: lo spiazzamento - che lo spettatore prova in modo pressoché ininterrotto nel corso della visione - nasce proprio da questa incertezza, dall'impossibilità di prevenire gli sviluppi della storia, addirittura d'individuarne la scaturigine.
Dicevamo della mescolanza tra fairy tale e suspense movie: sorprende, Park Can-wook, per l'abilità con cui si muove fra i due registri. Immaginate una versione survoltata e parossistica de "L'ombra del dubbio" (1943), nella quale i fantasmi e le ossessioni - che Hitchcock , a eccezione del tardo "Frenzy" (1972), aveva sempre raccontato facendo ricorso alla metafora, alla litote od all'ironia - siano invece resi espliciti; o ad una rilettura apocrifa e delirante del mito di Edipo - già alla base, d'altro canto, del citato "Old Boy". Le immagini della campagna del New England, il tempo che scorre lento dentro ad una tenuta, i personaggi divisi tra aggressività passiva e sinuosa fascinazione si frammischiano dando vita ad una vicenda insinuante e malvagia, distonica e morbosa. Il bildungroman messo in scena è tra i più atipici mai apparsi sullo schermo, piegato com'è alle regole d'uno psychothriller malato e roso. C'è sangue, c'è morte, c'è attrazione erotica in "Stoker" (concepito da Chan Wook, tanto per cambiare, alla stregua d'omaggio al capolavoro hitchcockiano, "Vertigo"): al pari che in un libro di Cornell Woolrich, certo, magari "Waltz into Darkness" (1949). Ma, pure, come in quella superba novella di Frank Wedekind, "Mine-Haha" (1903): e provateci voi, a creare un connubio tra fonti d'ispirazione tanto distanti. A patto, ovviamente, di non chiamarvi Park Chan-wook.
Francesco Troiano
STOKER. REGIA: PARK CHAN-WOOK. INTERPRETI: MIA WASIKOWSKA, NICOLE KIDMAN, MATTHEW GOODE. DISTRIBUZIONE: FOX. DURATA: 99 MINUTI.
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