mercoledì 13 febbraio 2013

Gangster Squad

Los Angeles, 1949. Il boss Mickey Cohen è al culmine d'una scalata nell'universo malavitoso, che gli consente - attraverso il controllo di droga, prostituzione, scommesse clandestine e traffico d'armi - il dominio sulla città. Non solo ha un'enorme quantità di uomini ai propri ordini, ma attraverso metodi corruttivi tiene in pugno pure politici, magistrati e forze dell'ordine. Disgustato da tutto ciò, il capo della polizia Bill Parker affida all'inflessibile sergente John O'Mara il compito di formare una squadra di agenti di sua fiducia, destinata ad agire nell'ombra e dotata di poteri speciali, per ingaggiare contro Cohen una lotta senza quartiere. Alla piccola pattuglia, si unisce il dapprima riluttante sergente Jerry Wooters che ha una storia d'amore appassionata con la donna di Cohen, l'affascinante Grace...

Circolava da un bel po', la sceneggiatura di "Gangster Squad", tanto da essere finita nel Black Book - la lista dei migliori progetti non ancora realizzati: scritta da Will Beall, un ex-detective della polizia losangelina, trae spunto da una serie di articoli del "Los Angeles Times", poi raccolti in volume dal giornalista Paul Lieberman (in Italia, uscito per Piemme). A un certo punto, la Warner decide di dare il via al progetto: dietro la macchina da presa, finisce il il 34enne Ruben Fleischer, nel curriculum solo due commedie d'azione a basso costo ("Zombieland" e "30 Minutes or Less"). Scelto, pare, in base ad un provino, il giovane cineasta ha delle idee ben precise su quale debba essere lo stile del film: nella bisogna, è affiancato da collaboratori d'eccellenza, come la costumista Mary Zophres e
il direttore della fotografia Dion Beebe.

Adrenalinico e survoltato, "Gangster Squad" coniuga violenza e spettacolo con grande sapienza, aggiornando la lezione dei classici Warner degli anni '30 e '40, pellicole quali "Piccolo Cesare" (1930), "Scarface" (1932) e "La furia umana" (1949). Visivamente, molti sono i punti di contatto
con "Gli intoccabili" (1987) di Brian De Palma, citato esplicitamente in alcune scene (preferiamo
non privarvi del piacere di scoprire quali). Ma è il tono, qui, a far la canzone: incorniciati dentro
una rappresentazione d'epoca perfetta (locali notturni, strade bagnate, auto scintillanti), gli scontri
fra la riserva segreta della LAPD (Los Angeles Police Department) e gli uomini della criminalità organizzata sono messi in scena con una furia assolutamente contemporanea, vieppiù enfatizzata da un montaggio frenetico e una crudezza inusitata anche per il genere. Capitanato da un elettrizzante Josh Brolin e da un interiorizzato Ryan Gosling, il cast si rivela efficace: forse il meno a suo agio è Sean Penn, che carica i toni fino a sfiorare la gigioneria nei panni di Mickey Cohen. Emma Stone è
assai più che una presenza rilucente: ha doti d'attrice bastevoli ad assicurarci che è qui per restare.
                                                                                                                                 Francesco Troiano

GANGSTER SQUAD. REGIA: RUBEN FLEISCHER. INTERPRETI: JOSH BROLIN, RYAN GOSLING, SEAN PENN, NICK NOLTE, EMMA STONE, GIOVANNI RIBISI, MICHAEL PENA.
DISTRIBUZIONE: WARNER. DURATA: 106 MINUTI.


martedì 12 febbraio 2013

Promised Land

Da ragazzo di campagna a uomo d'affari in carriera, la vita di Steve Butler pare giunta ad una svolta quando la società per la quale lavora, la Global Crosspower Solutions, lo invia assieme alla collega Sue Thomason in una cittadina agricola della Pennsylvania, duramente colpita dalla crisi economica. Il loro compito è quello di farsi concedere i diritti di trivellazione dei terreni della comunità locale, con un dispendio minimo di danaro. Certi di poter portare a termine con facilità il proprio compito, i due si trovano invece a fare i conti con Frank Yates, un anziano e rispettato insegnante che esprime fondati timori sull'operazione; dipoi entra in scena Dustin Noble, uno scaltro attivista per la tutela ambientale che semina il dubbio nella popolazione. Steve, che nel frattempo ha incontrato Alice,
una donna che l'attrae per la sua dolcezza e sensibilità, si trova infine ad un bivio: la scelta è tra il seguire la via delle proprie ambizioni oppure fare quello che ritiene giusto...

Con la tecnica della fratturazione idraulica o "fracking", un fluido iniettato ad alta pressione nel sottosuolo spezza le rocce. Di conseguenza il gas naturale, ma anche il petrolio, che fuoriescono, risalgono in superficie pel tramite del medesimo condotto servito per pompare il fluido. Tale metodo rischia, però, di causare terremoti ed inquinare le falde: è per questo che negli Usa gli ambientalisti, sostenuti da artisti ed intellettuali, hanno dato vita ad una assai vigorosa protesta. Ovviamente, quella dei petrolieri è una lobby potentissima e gigantesca, la cui voce nel Congresso ha un peso rilevante. In detto scontro, va ad inserirsi un film come "Promised Land". Doveva essere il debutto alla regia di Matt Damon, qui attore protagonista (oltre che produttore e co-sceneggiatore, con John Krasinski): ma i suoi innumerevoli impegni lo hanno costretto a chiedere aiuto all'amico Gus Van Sant, che lo aveva già diretto in "Will Hunting genio ribelle" (1997) e in "Gerry" (2002).

Pur in un lavoro su commissione, ritroviamo lo stile inconfondibile del regista del Kentucky, quel
suo adoprar la fiction in modo quasi documentaristico, l'abilità nel mescolare tensione narrativa ed impegno. Dopo i diritti civili, la lobby delle armi, l'amore gay sono, ora, le politiche del governo americano, che lascia nell'abbandono le sue immense zone rurali, a finire nel mirino del nostro. Un poco limitato dalla necessità di raccontare linearmente una storia, abitata da personaggi alle prese
con un percorso di conoscenza, Van Sant è qui forse meno personale che in altre occasioni. Tuttavia,
una pellicola che stigmatizzi la sicumera delle multinazionali e punti l'indice contro il malaffare
nell'industria dell'energia, non può che essere una lieta sorpresa, in epoca di scarsa attenzione a tematiche di tal genere. Mosso da un afflato capriano, sulla scia delle opere di denuncia degli anni
'70, "Promised Land" è vivificato da un ottimo cast, nel quale a fianco del convincente Matt Damon troviamo una Frances McDormand, come d'uso, immensa.
                                                                                                                                  Francesco Troiano

PROMISED LAND. REGIA: GUS VAN SANT. INTERPRETI: MATT DAMON, FRANCES McDORMAND, JOHN KRASINSKI, ROSEMARY DeWITT. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 106 MINUTI.


lunedì 11 febbraio 2013

Noi siamo infinito

Pittsburgh, 1991. Charlie, matricola alle superiori, è un ragazzo introverso e riservato, che guarda le cose intorno a sé tenendosi da parte. Intelligente, tuttavia, e anche gentile, attento ascoltatore, non ci mette molto a entrare nelle grazie della bella Sam e del suo impavido fratellastro Patrick, che subito lo prendono sotto la loro ala protettrice. Inizia, così, pel neofita un periodo entusiasmante: tra primi amori e nuove amicizie, feste e rappresentazioni del "Rocky Horror Picture Show", il tempo scorre lesto e piacevole. Incoraggiato poi dal carismatico professore di inglese, il signor Anderson, Charlie prende consapevolezza della propria vocazione alla scrittura. Purtroppo, nonostante egli possa dirsi un ragazzo felice, il dolore di eventi passati - il sucidio del suo più caro sodale, Michael; la morte accidentale di una amata zia - continua a tormentarlo: e si materializza, alla fine, in una devastante perdita dell'equilibrio, allorquando i suoi amici più grandi si preparano ad andare al college...

Apparso in Italia col titolo "Ragazzo da parete" (Frassinelli), "The Perks of Being a Wallflower" - uscito negli Usa nel 1999 - divenne rapidamente un libro di culto, pur se fra infinite polemiche (la franchezza con cui affrontava argomenti quali il sesso, l'alcool e la droga fra i giovani irritò la parte più conservatrice dell'America). Assurto a repentina fama, il suo autore Stephen Chbosky ricevette diverse proposte volte a fargli adattare il libro per il grande schermo ma le rifiutò tutte, preferendo dedicarsi all'attività di sceneggiatore (con successi quali la serie televisiva "Jericho"). Tredici anni dopo, ritenendo fosse giunto il momento di tornare alle origini della sua fortuna, Chbosky licenzia uno script che mantiene lo spirito del romanzo, pur concentrandosi soltanto su alcuni personaggi del medesimo. A questo punto, la Mr.Mudd Productions - suoi "Juno" e "Ghost World", per fare qualche esempio - decide di fornire il danaro per la pellicola e offre al nostro di dirigerla.

Di fronte al film, allo spettatore può venir in mente quella bella frase di Pessoa, "ho nostalgia di tutto, anche di ciò che non ho vissuto": ché il ricordo di una siffatta prima adolescenza, sospesa fra entusiasmo e malinconia, pare di quelli che tutti vorrebbero avere nel proprio vissuto. E quella pena, quell'angoscia magari mai più desidereremmo viverla, ma il mix di sensazioni che dava ha contribuito alla crescita di ciascuno di noi. C'è molto, qui, del Salinger del "Giovane Holden" ed ugualmente dei racconti; e, anche, una vena di Fitzgerald, mentre a cercare un referente cinematografico viene in mente l'opera prima di Whit Stillman, "Metropolitan" (pur se qui la classe sociale non è proprio l'alta borghesia urbana). L'operazione nostalgia, ravvicinata nel tiro, passa per brani dell'epoca, non a caso a cominciare dalla "Heroes" di Bowie (che i personaggi adorano, ma non sanno identificare): e questi "american graffiti" d'oggidì avvolgono quanto quelli di Lucas salvo sciogliersi in un finale positivo, senza il retrogusto amaro d'allora. Opera d'interpreti, inoltre, "Noi siamo infinito" fa sfilare un ottimo Logan Lerman ("Percy Jackson") nei panni del protagonista e dà una robusta conferma con Ezra Miller (è Patrick), già fattosi notare come figlio di Tilda Swinton in "E ora parliamo di Kevin". Ciò detto, a tutti ruba la scena Emma Watson che, conclusasi l'interminabile saga di Harry Potter, sciorina un talento d'attrice impressionante, nell'ossimorica rappresentazione di un'adolescente fragile e forte, indomita e timida, spavalda e struggente. Uno spettacolo nello spettacolo.
                                                                                                                                    Francesco Troiano

NOI SIAMO INFINITO. REGIA: STEPHEN CHBOSKY. INTERPRETI: LOGAN LERMAN, EMMA WATSON, EZRA MILLER. DISTRIBUZIONE: M2 PICTURES. DURATA: 103 MINUTI.


lunedì 28 gennaio 2013

Zero Dark Thirty

La caccia ad Osama Bin Laden è l'impresa che più ha impegnato gli Stati Uniti d'oggi, nel corso di due lustri e d'altrettanti mandati presidenziali; e, inoltre, maggiormente ha esposto il paese in termini di ricatti e di minacce, tanto dentro i propri confini quanto sulla scena internazionale. La guerra al terrore, negli anni immediatamente successivi all'attentato dell'11 settembre 2001, ha occupato buona parte del tempo e dell'attenzione degli agenti CIA: tra di loro Maya, giovane analista specializzata nella cattura dei terroristi, all'inseguimento di una pista che fa capo al corriere di Bin Laden. Al termine d'una indagine durata per più d'un decennio, la donna - coinvolta anche personalmente dalla morte d'una persona amica - condurrà i Seals a individuare il nascondiglio del leader di Al Qaeda in Pakistan e ad ucciderlo.

Cineasta dal talento grande quanto discontinuo, la Bigelow -  ben poco prolifica: solo dieci film in trent'anni di carriera - era un po' che deludeva con le sue opere: perfino l'assai premiato - ben sei Oscar, tra cui quelli per la miglior regia e il miglior film - "The Hurt Locker",  war movie zeppo di personaggi stereotipati e ambiguo nella sua attrazione per quei soldati adusi a vivere pericolosamente, non onorava la reputazione della californiana. Con "Zero Dark Thirty" - e molto ci allieta dirlo - la regista di "Near Dark"(1987) torna alla sua forma più convincente, mettendo in scena un complesso plot che fa incrociare la vicenda di Maya, trovatasi ad operare in un mondo eminentemente machista, con l'avvincente resoconto di una perigliosa partita immersa nell'ambiente di coloro che l'hanno condotta. Di tal braccare, la Bigelow si guarda bene dal nascondere gli aspetti più controversi o esplicitamente censurabili (la discussa sequenza delle torture ai prigionieri, che tuttavia - a quanto risulta da documentati testi - furono assai più feroci): ed è interessante notare come allo sguardo degli spettatori sian mostrate le reazioni di Maya, utili per fornire un suo ritratto psicologico a tutto tondo.

Ispirata ad un personaggio realmente esistito, la protagonista è un segugio implacabile, ossessionato dal raggiungimento del proprio obiettivo, ma attenta a mai smarrire la lucidità. Il risultato conclusivo dev'essere apparso assai convincente, se l'uscita del film in patria - in un primo momento prevista per l'autunno - è stata spostata a dopo le presidenziali, per tema di poter influenzare l'esito del voto. Ciò che sorprende, sopra ogni cosa, è che la Bigelow, fautrice d'un cinema elegante e stilizzato, abbia qui preferito intraprendere la via del racconto classico, realistico, giungendo ad un esito di prim'ordine
 - in virtù pure di uno splendido lavoro al montaggio - sia sul registro formale sia su quello politico.  Nelle belle sequenze dei giochi al campo, o nel silenzio tragicamente eloquente in elicottero, vibra la cifra umana della storia, mentre il raid di Abbottabad (ricostruito meticolosamente fino nei dettagli), superbo pezzo di cinema, mette in circolo l'adrenalina all'insegna di una suspense insostenibile.

In sottofinale, quando Maya indossa il chador sopra le All Star, si chiarisce meglio il senso della pellicola. Concluso l'inseguimento del nemico, resta una creatura femminile in qualche modo svuotata (a proposito, l'intepretazione di Jessica Chastain è semplicemente strepitosa), ma capace di intuire come - attraverso la ricerca del nemico - ella fosse sulle tracce di se stessa. Come tante delle magnifiche ossessioni del grande schermo, il labirinto è dentro chi vi si avventura e lo scioglimento porta a una duplice agnizione. Dell'altro da sé, di sé. L'incipit, forse, d'una nuova vertigine senza fine.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

ZERO DARK THIRTY. REGIA: KATHRYN BIGELOW. INTERPRETI: JESSICA CHASTAIN, JASON CLARKE, JOEL EDGERTON, JENNIFER EHLE. DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL. DURATA: 157 MINUTI.

giovedì 24 gennaio 2013

Lincoln

Sul grande schermo, sino ad oggi la figura del sedicesimo presidente degli Stati Uniti era legata in modo indissolubile alla bella raffigurazione che ne fornì Henry Fonda in "Alba di gloria" (1939). Diretto da John Ford, il film possiede grandi meriti (si pensi solo alla sequenza della traversata a dorso di mulo), ma è "un ritratto mitico più che una biografia" (Lourcelles) del suo protagonista. Così non accade nell'attesissimo "Lincoln" di Steven Spielberg, che restituisce il cineasta dell'Ohio alla sua forma migliore, dopo il mezzo passo falso di "War Horse". In due ore e mezza di durata che vanno via in un lampo, il film si sofferma sugli ultimi mesi di vita del personaggio - sino alla di lui morte, avvenuta in teatro per mano d'un attore antiabolizionista, il 15 aprile del 1865 - impegnato nella battaglia per far varare il Tredicesimo Emendamento alla Costituzione dal Congresso, che aboliva dopo 250 anni la schiavitù nel paese: l'ampia visione dello statista dovette, nell'occasione, andar di pari passo con le doti del politico, aduso a confrontarsi con una platea di deputati sovente mossi da ben miseri interessi.

Basandosi sull'ottimo libro di Doris Kearns Goodwin "Team of Rivals", il drammaturgo Tony Kushner - premio Pulitzer per "Angels of America" e già al fianco di Spielberg per "Munich" - ha licenziato una sceneggiatura impeccabile, condensando in pochi convulsi giorni il senso di un'avventura umana oltre che politica; Spielberg, in mirabile sintonia, ha confermato il proprio magistero innervando di riferimenti storici e biografici il succedersi delle immagini. Se la guerra di Secessione americana in celluloide la conosciamo soprattutto "attraverso il romanticismo sudista tutto crinoline e dispetti amorosi di 'Via col vento' " (N.Aspesi), bastano al regista i pochi secondi di guerra cruenta del prologo per rovesciare l'immagine; e altrettanto eloquente è la visita del Presidente sul campo di battaglia a scontro conclusosi, tra cadaveri impilati e distruzione onnipresente. Ma c'è spazio, anche, per pagine di classica bellezza: su tutte, la sequenza iniziale in cui due soldati di colore raccontano a Lincoln delle ingiustizie patite dalla loro gente finanche nell'atrocità bellica, dei privilegi riservati ai bianchi. Qui, Daniel Day Lewis dà già l'idea di quella che sarà la sua maiuscola interpretazione, tesa a rendere in ogni sfumatura la malinconia di fondo d'un uomo risoluto se necessario, capace di fondere in ossimoro intransigenza idealistica e naturale bonomia.

Cos'altro? Il lavoro del direttore della fotografia, Janusz Kaminski, che ha girato praticamente a lume di candela, ci fa venire in mente quello di John Alcott per il "Barry Lyndon"(1975) di Kubrick, termine di paragone che ritenevamo ineguagliabile. Nei ruoli secondari tutti vibrano all'unisono: menzione speciale per Tommy Lee Jones, impagabile nei panni del radicale repubblicano che finisce per accettare la poco amata diplomazia di Lincoln, in ossequio al risultato da ottenere. Lezione scritta coi mezzi della settima arte ai politicanti, improvvisati o attenti a volger ogni cosa a proprio vantaggio, "Lincoln" coniuga lo spettacolo all'arte ai massimi livelli: è, questo, il cinema che amiamo, che sempre ameremo.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

LINCOLN. REGIA: STEVEN SPIELBERG. INTERPRETI: DANIEL DAY-LEWIS, SALLY FIELD, TOMMY LEE JONES, JOSEPH GORDON-LEVITT. DISTRIBUZIONE: FOX. DURATA: 150 MINUTI.

Quartet

L'esistenza a Beecham House, residenza per cantanti lirici e musicisti in pensione, scorrerebbe quieta e serena, se in amministrazione non si dovesse combattere per far quadrare il bilancio: malgrado gli sforzi della dottoressa Cogan, il rischio di dover mollare si fa di giorno in giorno più concreto. Ad eccitar gli animi giunge, dipoi, la notizia che una nota diva del passato sta per aggiungersi al numero degli ospiti: si tratta di Jean Horton, un tempo sposa di Reggie Paget, col quale aveva - assieme a Wilfred Bond ed a Cecily Robson - dato vita ad un prestigioso quartetto canoro. Il pezzo forte del loro repertorio d'allora era il "Rigoletto": una riproposizione del cavallo di battaglia, in occasione del gala annuale, potrebbe rimpinguare le casse dell'istituto ed allontanare lo spettro della chiusura. Ma antiche ferite mai sanate, gelosie professionali, ripicche, invidie, scatti d'ira minano l'anelata rentrée: riusciranno i componenti ad anteporre l'interesse comune ai propri privati dissidi e alle diversità di carattere?

Di pellicole sulla vecchiaia ce ne sono parecchie, tante da rendere auspicabili ormai delle tesi di laurea sull'argomento (ci risulta, peraltro, che più di qualcheduno ci abbia già pensato). Da classici quali "Luci della ribalta" (1952) e "Il posto delle fragole" (1957) a chicche come "Harold e Maude" (1971) e "I ragazzi irresistibili" (1975), da gemme del cinema d'essai ("Providence", 1977; o il recentissimo "Amour") alle splendide variazioni eastwoodiane  ("Million Dollar Baby", 2004; "Gran Torino", 2008), "l'età della pace" - l'espressione, desunta da una lettera di Sigmund Freud, è pure il titolo di un bel film sul tema, diretto nel 1974 da Fabio Carpi - ha trovato sul grande schermo raffigurazioni interessanti e alle volte peculiari (un esempio: "Vivere alla grande", firmato nel 1979 da Martin Brest, dove tre pensionati del Queens decidono di rapinare una banca di Manhattan).

In verità, si muove nel solco dell'ortodossia Dustin Hoffman, qui al suo esordio dietro la macchina da presa, a settantancinque anni. Sulla difficoltà ad invecchiare delle ex-star conosciamo tutto fin dall'epoca di "Viale del tramonto" (1950), laddove le piccole crudeltà del periodo senile stavano nascoste dentro le pieghe de "Le balene d'agosto" (1987). Ma il nostro non desidera stupire, né dir cose inedite: preferisce, invece, adattare in celluloide una commedia inglese, giocando su un registro delicato, ironico, elegante. Se il nume dell'amico Pacino, insomma, è Shakespeare, il suo è indiscutibilmente Cechov: tra sontuosi interni ed impeccabili vestiti, passeggiate nella quiete campestre e piccole baruffe, il tono perseguito sta sospeso tra allegrezza e scoramento, giusto il blend dello scrittore russo. Nei limiti d'uno svolgimento a tratti lievemente stucchevole, l'intendimento può dirsi riuscito: grazie, pure, a un cast perfetto, nel quale primeggia - come d'uso - l'incantevole Maggie Smith.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

QUARTET. REGIA: DUSTIN HOFFMAN. INTERPRETI: MAGGIE SMITH, TOM COURTENAY, PAULINE COLLINS, BILLY CONNOLLY, MICHAEL GAMBON. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 98 MINUTI.

lunedì 14 gennaio 2013

Flight

Alla guida di un jet partito dalla Florida, in una tranquilla mattina di metà autunno, il comandante Whip Whitaker s'appresta a vivere una giornata che immagina eguale a tante altre. Ben presto, tuttavia, egli s'imbatte in una turbolenza forte ed imprevista: dipoi, un succedersi di guasti meccanici ai quali risulta impossibile rimediare, porta l'aereo a spirale verso il basso e fuori dal controllo di chi lo conduce. A questo punto, Whip decide una manovra azzardata e ardimentosa: gira completamente il mezzo - allo scopo di farlo planare senza i motori - per poi raddrizzarlo e tentar di atterrare nel migliore dei modi. Il tutto riesce quasi perfettamente, se è vero che egli salva 96 tra le 102 persone presenti a bordo: per l'impresa, viene acclamato come un eroe. Nel corso delle indagini successive, tuttavia, nel suo sangue sono riscontrate tracce di alcool e cocaina: ciò pone il nostro in una posizione delicata, pur se egli può  rivendicare che il suo stato non gli abbia impedito di fornire una prestazione d'eccellenza. Assistito da un avvocato schietto e scaltro, Hugh Lang, oltre che dal suo amico e rappresentante sindacale Charlie Anderson, Whit arriva allo snodo cruciale: prestare una testimonianza che può salvarlo, a patto di non rispettar la memoria d'una donna scomparsa e a lui cara...

Il cinema hollywoodiano ha più volte affrontato il tema della dipendenza etilica e delle conseguenze che ne derivano, sia attraverso classici quali "Giorni perduti" (1945) e "I giorni del vino e delle rose" (1962) sia tramite riuscite minori come "Amarsi" (1994) o "Via da Las Vegas" (1995). Robert Zemeckis, al suo primo film live dopo 12 anni dedicati all'animazione, sceglie un approccio particolare al tema: "Flight" è infatti, in primo luogo, una riuscita mescolanza di generi, dal disaster movie al thriller psicologico. Qui, il regista contemporaneo "che più di ogni altro ha usato gli effetti speciali in maniera drammatica e narrativa" (David Thomson), si limita ad adoprarli da par suo nella sequenza dell'incidente aereo, forse la più realistica e coinvolgente mai girata: dipoi, si affida ad un racconto lineare e classico, in ciò sostenuto dalla magistrale prova recitativa di Denzel Washington.

Il quesito al centro del film è se l'etica - ancor più, ci pare, del mero rispetto della legge - sia qualcosa con la quale si può giungere a patti, senza tener conto degli esiti specifici del nostro comportamento. Ovviamente la risposta è no, ma risulta interessante la strada intrapresa dal regista - e dal suo ottimo sceneggiatore, John Gatins - per giungere allo scioglimento. La parabola di Whip, infatti, rispecchia l'iter dell' "umano-spoglia-rinnova" proprio delle sacre rappresentazioni: diamo all'uomo la facoltà di scegliere, ci capiterà magari d'assistere al miracolo di una decisione positiva ottenuta senza coartazioni di sorta. Questo schema d'ispirazione cristiana, da mistero medievale, s'inserisce con bella fluidità nella narrazione: il risultato è un film vigoroso e coinvolgente, asciutto e trascinante, sin d'ora ascrivibile ai risultati più convincenti del cineasta chicagoano.
                                                                                                                                     Francesco Troiano