lunedì 23 gennaio 2017

Split

Kevin, afflitto da dei disturbi psichici allarmanti, è seguito da una competente e agguerrita terapeuta che, tuttavia, non è riuscita a comprendere fino in fondo la pericolosità del soggetto in cura: ha individuato in lui ben 23 personalità che affiorano di volta in volta nella mente e nel corpo; ma non immagina che ve ne sia una ventiquattresima, quella tramite la quale le furie dell'Es s'estrinsecano prive di freni, con conseguenze non prevedibili. Casey, invece, è una fanciulla chiusa ed introversa, evitata perciò dalle sue compagne di scuola più popolari: insieme a due di loro, Claire e Marcia, viene rapita giusto da Kevin, che chiude tutte e tre in uno scantinato. In attesa di capire cosa sarà di loro, scopriranno i tanti individui che coabitano nella psiche del loro sequestratore: un bimbo di 9 anni, una donna ed altri ancora, assai più inquietanti...

Curioso percorso, quello del cineasta di origine indiana - è nato a Madras, nel 1970 - M. Night Shyamalan: balzato alla ribalta nel 1999 con "Il sesto senso", thriller dall'impianto soprannaturale apprezzato dalla critica e dal pubblico in tutto il mondo, ha poi faticato a ottenere riconoscimenti ed esiti di box-office paragonabili a quelli del suo film-rivelazione. Costruiti un poco tutti alla stessa maniera (un intrigo all'apparenza inspiegabile che, nello scioglimento, prevede un colpo di scena), i lavori del nostro hanno per lo più sofferto "di esibizione autoreferenziale e compiaciuta, priva d'un altrettanto efficace meccanismo di narrazione filmica" (P.Marocco). Fa eccezione, ad avviso di chi scrive, l'ottimo "The Village" (2004), arricchito da una sorpresa conclusiva "che trasforma una fiaba gotica in una melanconica utopia sulle paure contemporanee" (P.Mereghetti).

Costretto dall'industria, dopo una certa quantità di insuccessi, a confrontarsi con dei budget assai limitati, Shyamalan è apparso di nuovo in forma grazie a "The Visit" (2015): dove l'espediente del found footage viene rovesciato in un falso documentario montato dai ragazzini protagonisti che - novelli Hansel e Gretel - vivranno una spaventevole esperienza a partire da un clima di serene apparenze (una visita, appunto, ai nonni materni mai conosciuti prima). Dato il buon risultato, in "Split" ora si cimenta con un tema - il disturbo dissociativo dell'identità, patologia dall'indiscusso potenziale cinematografico: si va dallo "Psyco" di Hitchcock a "Vestito per uccidere" di De Palma, sino al meno noto "Identità" di James Mangold - che, proprio per l'esistenza di cotali precedenti, era già sulla carta azzardoso. Come se la cava? Nella prima parte, ci sembra, molto bene: in particolare, i cinque minuti iniziali son da antologia, una lucente dimostrazione di come la paura scaturisca dall'assenza. Ma l'epilogo obbliga a una repentina mutazione di registro e di percezione generale del film: vi è una virata verso il dato irrazionale tipica dell'autore, che, nella fattispecie, lascia perplessi. Come lavoro sui generi cinematografici, tuttavia, "Split" incuriosisce e a tratti intriga: il limite maggiore sta nella ritrosia del regista ad accettare le logiche del B-movie, mettendosi a volte in cerca di una smarrita autorialità (i lunghi dialoghi tra paziente e psichiatra, ad esempio). La virtuosistica prova di James McAvoy è l'atout d'una pellicola che - malgrado gli squilibri evidenziati - non dispiacerà agli amanti del brivido.
                                                                                   Francesco Troiano

APLIT. REGIA: M.NIGHT SHYAMALAN. INTERPRETI: JAMES McAVOY, ANYA TAYLOR-JOY, HALEY LU RICHARDSON, JESSICA SULA. DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL. DURATA: 115 MINUTI.



giovedì 19 gennaio 2017

The Arrival

Una dozzina di misteriose astronavi appaiono e si posizionano, nel medesimo momento, in diversi punti della Terra: in apparenza, sono dotate d'un potere immenso, in procinto di esplodere. Louise Banks, linguista di fama mondiale (e reduce da un devastante dramma personale), vien reclutata dall'esercito degli Stati Uniti insieme al fisico teorico Ian Donnelly, come lei pronto a prendersi un grande azzardo. La missione loro affidata è quella di penetrare il monumentale monolite - per l'esattezza, quello atterrato nel Montana - e dipoi interrogare gli extraterrestri sulle loro intenzioni. Ma l'incarico si rivela ben presto complicato: c'è da individuare un alfabeto comune per costruire un dialogo con gli alieni, una forma di comunicazione scritta pel tramite di simboli circolari. Intanto, il tempo scorre ed il mondo, fuori, freme: ad un certo punto, la Cina rompe gli indugi ed è la prima potenza mondiale a dichiarar guerra all'ipotetico nemico...


Umanoidi, a volte verdognoli, con crani smisurati ed occhi sporgenti; mostri spaventevoli dotati di pericolose fauci; robot fuori misura. Così l'iconografia cinematografica ha, in genere, rappresentato le creature provenienti da altri universi: non sempre in forme minacciose, intendiamoci (basti per tutti "E.T."), ma di preferenza sì. "Arrival" comunque appartiene al filone della fantascienza seriosa ed impegnata, dove il racconto coincide con un percorso iniziatico che conduce i protagonisti ad un maggiore grado di consapevolezza: i primi titoli che vengono alla mente sono, ovviamente, "Incontri ravvicinati del terzo tipo" ed il più recente "Interstellar" (anche se, ad un certo punto, le reazioni ostili di talune nazioni fanno pensare alle atmosfere del vecchio "Ultimatum alla terra": il lupo perde il pelo, ma non il vizio).



Tratto da un racconto breve, e lontano dalle logiche fracassone delle pellicole alla Emmerich, il film del canadese Denis Villeneuve - bravissimo ad attraversar i generi, da "Prisoners" a "Sicario" ad oggi, sempre con la stessa sicurezza ed originalità - prende strade collaterali, si muove fra i registri del metaforico e del metafisico, semina dubbi in luogo di mulinare certezze. Pur senza rivoluzionare l'immaginario della science-fiction, l'autore de "La donna che canta" evoca un concetto e gli dona una forma. Gli eptapodi in visita sul nostro pianeta recano un dono, ma ci vorrà la sensibilità straordinaria di una donna piagata dal lutto e di uno scienziato dal fondo umanista, per trovare la chiave dell'enigma. Lo scioglimento si muove in territori pericolosi, tra sentimento e filosofia, quelli da un poco preferiti da Terrence Malick: però gli incidenti in cui quest'ultimo è, di recente, incappato qui vengono evitati con grazia, alla commozione viene dato diritto di cittadinanza ma senza obbligo di esazione della lacrima. Il merito del bel risultato finale va in buona parte a una magnetica Amy Adams, negli occhi della quale passa una gamma di sensazioni infinita: comunicate senza sforzo alcuno ai visitatori - e, in egual misura, agli spettatori.

                                                                                   Francesco Troiano


THE ARRIVAL. REGIA: DENIS VILLENEUVE. INTERPRETI:AMY ADAMS, JEREMY RENNER. DISTRIBUZIONE: WARNER. DURATA: 120 MINUTI.



mercoledì 11 gennaio 2017

The Founder

1954. Marilyn Monroe ha appena sposato Joe DiMaggio; Elvis Presley registra "That's All Right" e "Blue Moon of Kentucky" per la Sun Records; il produttore Walt Disney ha pressoché completato la costruzione del suo parco divertimenti ad Anaheim, in California. Mentre gli Stati Uniti vivono il boom del dopoguerra, il 52enne Ray Kroc percorre in lungo ed in largo il paese, per piazzare dei frullatori a luoghi di ristorazione dal modesto successo. Scovato un chiosco di hamburger a San Bernardino, nella California del Sud, comprende di trovarsi di fronte ad un sistema innovativo di preparazione, cottura e vendita al minuto d'uno tra gli alimenti più richiesti. L'idea l'hanno avuta due fratelli, Richard e Maurice McDonald: Kroc, invece, si dà immediatamente da fare per mettere su un franchising. Le potenzialità si confermano enormi, laddove la coppia di inventori ha, invece, ambizioni assai meno grandiose...

John Lee Hancock, già autore di "Saving Mr.Banks", sull'incontro tra Walt Disney e P.L.Travers, era probabilmente il regista più adatto ad affrontare questo "The Founder"; racconto esemplare di come il capitalismo renda legali il furto delle idee, l'appropriazione indebita delle intuizioni, sino all'esproprio di una possibile enorme ricchezza. Di documentari e pellicole sulla fabbrica degli hamburger ne avevamo veduti già diversi, taluni anche di qualche risonanza, ma a nessuno era venuto in mente di narrare la genesi di un simile impero. A mezza strada fra "Il petroliere" di Paul Thomas Anderson e "The Social Network" di David Fincher, "The Finder" - scritto da Robert Siegel - era sin dal principio tra i titoli più attesi dell'annata: e si può, davvero, dire che le aspettative non risultano deluse.

Lontano dal biopic nel senso tradizionale del termine, il film dipinge il ritratto di un gigante ch'è pure un furfante, di un genio della comunicazione allo stesso tempo vampiro di meriti, di un imprenditore che fa della voracità il proprio marchio di fabbrica - ben più della M ad arco, che contraddistinguerà il simbolo McDonald in tutto il mondo. Incarnazione tagliente di quel self-made man che il mito americano ben si guarda dall'esplicitare nella sua realtà, il Ray Kroc impersonato da Michael Keaton - un'interpretazione mirabile, che dovrebbe fruttargli il primo Oscar da protagonista, se vi sarà giustizia - è un colosso dai piedi d'argilla, sostenuto da una forza di volontà inossidabile. Più utile di tanti saggi a spiegare come il sistema sostenga il primato della forza e dell'astuzia, riuscendo ad aggirare ed asservire finanche le leggi a codesto scopo, "The Founder" è tra gli esiti più spiazzanti e riusciti di una stagione che, fino ad ora, non ha fornito molti picchi.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

THE FOUNDER. REGIA: JOHN LEE HANCOCK. INTERPRETI: MICHAEL KEATON, LINDA CARDELLINI, PATRICK WILSON, LAURA DERN. DISTRIBUZIONE: VIDEA.
DURATA: 115 MINUTI.

lunedì 26 dicembre 2016

Il GGG - Il Grande Gigante Gentile


A Londra, Il Grande Gigante Gentile, unico vegetariano della sua specie, rapisce l'orfanella Sophia e la conduce nella propria caverna, nella terra dei giganti. Inizialmente spaventata dal misterioso essere, la piccola ben presto comprende che si tratta, in realtà, di una creatura buona ed amichevole, capace di insegnarle cose incredibili. Il GGG, infatti, la porta nel Paese dei Sogni, ove cattura i sogni da mandare di notte ai bambini: così trascorre tutto il proprio tempo, impedendo pure che gli altri giganti - più grandi di lui - divorino gli esseri umani. Quando, però, costoro sono pronti ad una strage, Sophia ed il GGG si recano a Buckingham Palace, per avvertire la regina d'Inghilterra dell'imminente pericolo... 

"Il GGG" di Roald Dahl esce nel 1982, lo stesso anno in cui "E.T." giunge nelle sale cinematografiche: una coincidenza, forse, oppure il segno che Steven Spielberg doveva, presto o tardi, incontrare nella sua filmografia lo scrittore anglo-norvegese, e adattare la di lui storia. In primo luogo, perché - assieme a "Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato" (1964) ed a "Matilda" (1988) - è il romanzo più noto del suo autore ed uno fra i maggiormente amati della letteratura per l'infanzia di ogni epoca; poi, in ragione del fatto che nell'opera di Dahl compaiono diversi elementi che non potevano non suscitare l'interesse del cineasta dell'Ohio. Ad accomunare il lavoro dei due artisti è il tema della diversità, un filo rosso che in questa versione per il grande schermo è evidentissima; inoltre, vi è la maniera similare in cui ambedue mai celano la cognizione del dolore nell'infanzia, accompagnandola però sempre ad uno scioglimento lieto. 

Ultimo film adattato per lo schermo da Melissa Mathison (collaboratrice storica del nostro, scomparsa nel 2015, e sceneggiatrice, tra l'altro, proprio di "E.T."), il film è costato ben 140 milioni di dollari, con esiti al botteghino niente affatto soddisfacenti (nel weekend d'apertura negli Usa, soltanto 19 milioni di dollari). Gli è, probabilmente, che non risulta per nulla facile trasferire lo spirito della pagina di Dahl in celluloide: in particolar modo pensando ad un pubblico americano, abituato ad associare ai piccoli il mondo quale luogo protetto ed infantilizzato. Si diceva, poc'anzi, del dolore; e l'argomento è trattato, per immagini, con delicatezza, laddove il GGG mostra a Sophia il suo peggior incubo dentro ad un vaso, contenente i rimorsi e la pena per un errore che non si può più correggere. Spielberg non pigia il pedale su detto versante, e - soprattutto nella seconda parte - cerca il divertimento finanche in maniera greve (le variazioni petofone del gigante, che nella concretezza della visione hanno una sguaiataggine non trasmessa, invece, dalla lettura). Ciononostante, l'equilibrio è raggiunto (con l'ausilio di notevoli effetti speciali): la piccola Sophia (l'esordiente inglese Ruby Barnhill), che legge il "Nicholas Nickleby" di Dickens e ha coraggio inversamente proporzionale alla sua età, è destinata a restare nella memoria; ed il gigante - Mark Rylance, vincitore dell'Oscar come miglior attore non protagonista per "Il ponte delle spie" - è figura non dimenticabile, nelle sue intenerenti stramberie. 
                                                                                                                                     Francesco Troiano

IL GGG - IL GRANDE GIGANTE GENTILE. REGIA: STEVEN SPIELBERG. INTERPRETI: MARK RYLANCE, RUBY BARNHILL. DISTRIBUZIONE: MEDUSA. DURATA: 120 MINUTI.

martedì 20 dicembre 2016

Paterson


Paterson è un guidatore di autobus che vive con la moglie Laura e il cane Marvin, in una cittadina del New Jersey che porta il suo stesso nome. Ogni sera, dopo aver percorso le strade del posto per il suo lavoro, torna a casa, porta a spasso il cane e beve una birra nel pub del quartiere. La consorte ha una passione per il decoro ed insegue l'ambizione di diventare una cantante. Paterson, di contro, trascorre la pausa pranzo scrivendo poesie su di un taccuino segreto, che mai abbandona. Nei suoi versi v'è traccia evidente della  passione per William Carlos Williams, poeta nativo del luogo, suggestioni provenienti da Allen Ginsberg e Frank O'Hara, assieme ad esperienze ricavate dall'orizzonte quotidiano. Ed è il proprio dono - la capacità della scrittura -  a sottrarlo ad una routine di luoghi ed azioni sempre uguali e, potenzialmente, alienanti.

"Ho visitato Paterson per la prima volta venticinque anni fa: un piccolo posto dimenticato e, tuttavia, interessante, prima città industriale statunitense, oramai impoverita dalla corruzione dei governanti e dal degrado. Da allora ci sono tornato spesso e vent'anni fa avevo già scritto un piccolo trattamento su un guidatore di bus. Ma probabilmente i cittadini di Paterson neanche vedranno il film". Così parlò Jim Jarmusch, da tre decenni e oltre tra i cineasti più peculiari ed inventivi del cinema indie americano, abile a connotare i propri lavori in modo unico, pur per il tramite di un linguaggio in ininterrotta evoluzione. Nella fattispecie, qui l'idea è quella di un'opera che parli di poesia e, al tempo medesimo, di essa faccia la propria sostanza: impresa difficile, nella quale ben pochi prima di lui si sono cimentati.

Presentato con successo all'ultima edizione del film di Cannes, "Paterson" è una sorta di itinerario nei meccanismi medesimi della scrittura poetica, ed un'indagine nei rapporti che esistono fra la parola e l'immagine. L'iniziale richiamo ai fiammiferi ci porta subito in tema, complice il richiamo al Prévert della più nota lirica: la voce over che ripete i versi - un espediente che poteva risultare stucchevole - si fa via via indispensabile elemento per mettere in rilievo la figura dell'anafora (presente, pure, nel ripetersi di situazioni e comportamenti), che presiede alla narrazione. Come Dante, non casualmente evocato, il protagonista descrive quanto lo circonda, ascolta conversazioni riguardanti degli argomenti atipici (su Gaetano Bresci, ad esempio: "un omaggio dovuto - spiega Jarmusch - dato che a Paterson, alla fine dell'800, ci fu un importante sciopero che bloccò la produzione tessile e fu proprio l'italiano a ispirare quella rivolta"), annota e trasfigura con puntualità e metodo. La poesia di una ragazzina incontrata per combinazione è bella quasi come quelle del Nostro (a proposito, i versi scritti in realtà son quelli di Ron Padgett): perché ad essere importante è lo sguardo, capace di dare un significato speciale alle cose più semplici.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

PATERSON. REGIA: JIM JARMUSCH. INTERPRETI: ADAM DRIVER, GOLSHIFTEH FARAHANI. DISTRIBUZIONE: CINEMA. DURATA: 117 MINUTI. 

giovedì 15 dicembre 2016

Aquarius


Clara è una giornalista e critico musicale in pensione, che sta da sola dopo la morte del marito; è, pure, l'unica rimasta a vivere nel complesso sul mare “Aquarius”, costruito negli anni '40 per l'alta borghesia di Recife. La società immobiliare nuova proprietaria - che adesso possiede l'intero stabile - è riuscita a convincere gli altri abitanti del condominio a cedere alle proprie offerte, con l'eccezione dell'interno di Clara. Tra lei e Diego, fascinoso nipote dell'imprenditore, gentile ed educato ma spietato, comincia una guerra di logoramento, che sospinge la donna a ripercorrere il proprio passato, contemporaneamente dando uno sguardo al futuro che l'attende. 

Presentato con successo all'ultima edizione del festival di Cannes, "Aquarius" inizia coi festeggiamenti per il compleanno dell'anziana zia della protagonista, femmina libera e spregiudicata in epoca in cui non era facile esserlo. Al tempo medesimo, si celebra la rinascita della giovane Clara, fresca reduce da un'operazione al seno che le ha evitato la morte. Stacco, e dagli '80 in pieno regime militare passiamo all'oggi. Clara trascorre le ore prediligendo andamento lento ed abitudini antiche: la nuotata quotidiana, un flirt platonico con il bagnino, l'ascolto dei suoi amati vinili - predilezione per la samba ed i Queen - e le visite dei nipoti che i suoi tre figli le hanno dato.

"Non accettando di vendere la casa dove vive ed è stata felice con il suo uomo, Clara combatte non inconsapevolmente contro quell'idea di 'crescita' che ha portato il mondo all'attuale rovina o quasi", ha dichiarato il regista brasiliano Kleber Mendonça Filho (appena proclamato vincitore del premio Fénix per il cinema iberoamericano). Si sottolinea apertamente, dunque, il carattere "politico" della pellicola: la resilienza sembra essere l'unico rimedio per contrastare l'avidità di un capitalismo da rapina, che non si premura più che tanto di celare i propri metodi scorretti, se non criminali, quando vuole ottenere uno scopo. Resistere non serve a niente, recitava il titolo di un bel romanzo di Walter Siti; non la pensa così Clara, che non si lascia tentare da lusinghe, intimorire da velate minacce, spaventare da imprevisti eventi. Come l'orgia che una notte si svolge nell'appartamento sopra il suo: la visione di quei corpi nudi allacciati, invece di sgomentarla, la eccita: fino al punto da farle invitare in casa un gigolò, consigliatole dalle amiche parecchio disinvolte. 

E quando la proprietà sferra l'assalto finale (con metodi selvaggi, che qui non vi riveleremo), la risposta di Clara è all'altezza della sfida: con l'aiuto di una sua amica avvocato e di uno tra i figli, scoperchia il verminaio che cresceva a sua insaputa nel palazzo e smaschera i mandanti in un finale rude e secco, metafora feroce della rottamazione. Nelle sue due ore e venti di durata, che scorrono con la meraviglia che dà la lettura di un grande romanzo, "Aquarius" riluce della matura grazia di Sonia Braga: esplosa in tutta la sua carica di sensualità quarant'anni fa con "Donna Flor e i suoi due mariti" di Bruno Barreto (il più bell'adattamento mai realizzato della pagina di Jorge Amado), questa attrice fiera e bellissima ha attraversato la vicenda del cinema sudamericano con una classe, un talento, un carisma inimitabili. Si può ben dire che questo film sia la celebrazione di una carriera che non ha uguali, e di una invincibile guerriera dell'esistere.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

AQUARIUS. REGIA: KLEBER MENDONCA FILHO. INTERPRETI: SONIA BRAGA, MAEVE JINKINGS, IRANDHIR SANTOS, HUMBERTO CARRAO. DISTRIBUZIONE: TEODORA. DURATA: 140 MINUTI.    



martedì 6 dicembre 2016

E' solo la fine del mondo

Dopo un'assenza durata dodici anni Louis, giovane e affermato drammaturgo, torna nella casa natale per informare i propri familiari d'essere afflitto da un male incurabile. S'imbarca sul primo aereo, rientra in seno alla comunità dalla quale era fuggito, che lo attende tra premurosità e isteria. C'è Suzanne, la sorella minore, che egli non ha mai veduto crescere; Antoine, il fratello più grande, collerico per il non previsto evento e aggressivo perché si sente in qualche modo minacciato da questo ritorno; la madre di tutt'e tre, ingombrante e premurosa, del tutto inadeguata ad affrontare un figlio che, peraltro, mai era riuscita a capire. Infine Catherine, la cognata ignota, che s'esprime con timidezza, ma è l'unica a comprendere, alla fine, le ragioni dell'imprevista visita. Insieme a loro, Louis va in cerca di brandelli di verità, ma - proprio come avveniva in passato - le voci si sovrappongono, il bisogno di urlare prende il sopravvento; nevrosi e rancori, rabbie e paure si ripresentano puntuali, confinando la speranza a mero rumore di fondo.

Tratto da un testo teatrale scritto nel 1990 dal francese Jean-Luc Lagarce (morto nel 1995, a causa di complicanze subentrate al virus Hiv), "E' solo la fine del mondo" - premio della giuria a Cannes, giusto il festival che ha accolto il nostro da quando aveva vent'anni - è un kammerspiel teso, potente, violento di quella violenza che solamente l'abuso di parole e di emozioni riesce a creare. Da "J'ai tué ma mère" a "Mommy", è la sensazione della vergogna, la vergogna di sé a tener separati i membri delle famiglie di Dolan, perduti in querelle interminabili. Con "E' solo la fine del mondo", la separazione è condotta al calor bianco e profusa dentro un'emorragia verbale devastata e devastante. Congedo privo di appelli, nel quale la crudeltà ha la meglio su ogni possibile tenerezza e la vis drammaturgica ripropone quella della pièce teatrale, il film inscena un'impossibile riconciliazione e salda, presumibilmente, i conti con l'argomento, evocandolo un'ultima volta in interni e calandolo nel caos più assoluto.

Contestato da alcuni critici per l'aria di palcoscenico che vi circola e per la chiusura, fino al tanfo, in una messa in scena claustrofobica, "E' solo la fine del mondo" appare, forse, meno originale ed azzardoso degli altri titoli del nostro, ma per certo è il più sentito e vigoroso. Il 27enne regista canadese continua la sua personale immersione nelle sgradevoli dinamiche di gruppi familiari disfunzionali, probabile frutto di ossessioni coltivate con nevrotico impegno. I termini per spiegarsi non s'individuano, ciascuno grida la propria rabbiosa insoddisfazione, solo chi ascolta (la cognata) riesce ad udire, dire qualcosa (il protagonista) si rivela anelito a un traguardo irraggiungibile, condanna ad una solità fattasi gravame insopportabile. Privilegiando primissimi piani, adoprando il campo-controcampo alternato a repentini scambi corali, Dolan compone una raffinata partitura per sussurri e grida (espressione, non a caso, forgiata da un critico musicale, riferendosi ad un quartetto di Mozart), che trova negli eccezionali interpreti degli esecutori ideali. La metafora finale dell'uccello a cucù che s'incarna per poi piombare al suolo è uno svolazzo magari pleonastico, ma che si perdona volentieri ad un autore fra i più necessari e peculiari del cinema contemporaneo.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

E' SOLO LA FIE DEL MONDO.REGIA: XAVIER DOLAN. INTERPRETI: GASPARD ULLIEL, NATHALIE BAYE, LEA SEYDOUX, VINCENT CASSEL, MARION COTILLARD. DISTRIBUZIONE: LUCKY RED. DURATA: 95 MINUTI.